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Rinascimento italiano

L'Oratorio di Santa Cecilia a Bologna

Bologne

L'Oratorio di Santa Cecilia a Bologna

Addossato al fianco della chiesa di San Giacomo Maggiore, sotto i portici della via Zamboni, l'Oratorio di Santa Cecilia è uno di quei luoghi modesti per dimensioni e immensi per qualità che fanno la fortuna segreta di Bologna. Una sala unica, allungata, dalle pareti interamente coperte da un ciclo dipinto dedicato alla vita di santa Cecilia e del suo sposo Valeriano: dieci scene che, intorno al 1505-1506, hanno riunito su uno stesso cantiere il fior fiore della pittura emiliana del primo Cinquecento. Vi si respira quell'istante preciso in cui l'Emilia, tra Firenze, Venezia e Ferrara, inventa una maniera narrativa chiara, tenera e teatrale, sostenuta dal mecenatismo illuminato — e ben presto rovesciato — della famiglia Bentivoglio. È un capolavoro collettivo, in cui più mani dialogano in una stessa stanza.

L'oratorio e San Giacomo Maggiore

L'oratorio dipende da San Giacomo Maggiore, grande chiesa conventuale degli Agostiniani fondata già nel XIII secolo e rimaneggiata nel corso delle epoche. Il santuario stesso mescola stratificazioni medievali, rinascimentali e barocche che occorre guardarsi dal confondere: la presente scheda riguarda soltanto la piccola sala laterale e la sua decorazione dipinta dell'inizio del Cinquecento. Oggi si accede all'oratorio dal portico che costeggia la chiesa, in un percorso discreto che spiega in parte perché il luogo sia a lungo sfuggito alle folle. La sala sarebbe stata allestita come spazio di devozione e di riunione confraternale, una cornice intima in cui il ciclo murale dispiega il suo racconto all'altezza dello sguardo, in una continuità quasi cinematografica da una scena all'altra.

Il ciclo di santa Cecilia e di Valeriano

Il programma narra la leggenda di Cecilia, matrona romana e martire cristiana divenuta patrona dei musicisti, e del suo sposo Valeriano, che ella converte la sera stessa delle nozze. Gli episodi si leggono da una parte e dall'altra della sala: il matrimonio di Cecilia e Valeriano, l'apparizione dell'angelo, il battesimo di Valeriano, la conversione del fratello di lui Tiburzio, la comparizione davanti al prefetto, i martiri successivi e la sepoltura della santa. Il racconto procede per quadri chiari, ogni scena inquadrata da architetture prospettiche, da paesaggi aperti e da figure elegantemente panneggiate. Lontano dalla violenza marcata di certe Passioni, il ciclo predilige una gravità dolce, una civiltà dei gesti, una luce uniforme: il martirio vi è narrato come un compimento sereno più che come un supplizio, in un registro profondamente in sintonia con la sensibilità devota della Bologna bentivolesca.

Francia, Costa e Aspertini

Tre nomi dominano l'impresa. Francesco Raibolini, detto Il Francia (1447 ca.-1517), orafo divenuto pittore, apporta il suo disegno levigato, i suoi volti soavi e quella perfezione smaltata ereditata dal suo primo mestiere; gli si attribuiscono in particolare il matrimonio di Cecilia e Valeriano e la sepoltura della santa, alle estremità del ciclo. Lorenzo Costa (1460 ca.-1535), formatosi nella scia ferrarese e a lungo pittore ufficiale della corte Bentivoglio, vi dispiega una maniera più ampia e una gamma cromatica nutrita dall'esempio veneziano. Tra questi due maestri dell'equilibrio irrompe Amico Aspertini (1474 ca.-1552), temperamento inquieto e stravagante, appassionato di antichità e di bizzarrie: le sue scene, più agitate, più dense di citazioni archeologiche e di invenzioni, introducono una nota di stranezza che contrasta con la serenità dei suoi maggiori. L'insieme avrebbe coinvolto anche allievi e collaboratori della bottega, di modo che il ciclo vale tanto come somma di individualità quanto come ritratto di un'intera scuola al lavoro.

Il mecenatismo dei Bentivoglio

Il cantiere si inscrive nell'orbita dei Bentivoglio, signori di fatto di Bologna durante la seconda metà del XV secolo, la cui cappella di famiglia vicina — all'interno di San Giacomo Maggiore — costituisce un altro luogo eminente del mecenatismo locale ed è oggetto di una scheda distinta. Giovanni II Bentivoglio e il suo entourage avevano fatto della città un focolaio artistico di primo piano, attirando pittori, umanisti e musicisti. La datazione del ciclo intorno al 1505-1506 lo colloca in un momento cruciale: la dominazione bentivolesca crolla nel 1506 con l'ingresso di papa Giulio II a Bologna e la caduta della famiglia. La decorazione di Santa Cecilia appare così come una delle ultime grandi testimonianze, quasi un canto del cigno, di quella corte raffinata di cui perpetua la memoria estetica.

La pittura emiliana verso il 1505

Riunire in una stessa sala Francia, Costa e Aspertini significa disporre sotto uno stesso tetto un compendio della pittura emiliana intorno al 1505. Vi si vedono convergere l'eredità ferrarese trasmessa da Costa, la dolcezza tutta lombarda e pre-raffaellesca di Francia — la cui maniera si avvicina talvolta a quella del giovane Raffaello, che soggiorna allora nell'Italia centrale — e l'audacia archeologizzante di Aspertini, uno dei primi a fare dell'antico una materia viva e quasi febbrile. Questo confronto, eccezionale, fa dell'oratorio un manifesto involontario: la dimostrazione che una scuola regionale poteva, a quella data, rivaleggiare in invenzione narrativa con i grandi centri vicini.

Rilievo

L'Oratorio di Santa Cecilia è oggi considerato una delle vette dell'affresco emiliano del primo Cinquecento e una tappa essenziale della storia del gusto bolognese, ben prima del fulgore dei Carracci. La sua riunione di più maestri attorno a un programma unificato ne fa un documento raro sulle pratiche di bottega e sulla committenza confraternale nel Rinascimento. A lungo restaurato e studiato, il ciclo resta un riferimento per comprendere la circolazione dei modelli tra Ferrara, Bologna e l'Italia centrale, e un luogo di pellegrinaggio discreto per gli amatori di pittura.

Cosa vedere assolutamente

  • Il matrimonio di Cecilia e Valeriano, generalmente attribuito a Francia, dalle linee soavi e dalla luce uniforme.
  • Le scene di martirio e di sepoltura, in cui il racconto trova la sua gravità raccolta.
  • Gli episodi più agitati e « antiquari » che si riconducono ad Amico Aspertini, da confrontare con la serenità dei suoi maggiori.
  • La continuità narrativa della sala, da percorrere da una parete all'altra come una striscia dipinta.
  • Gli sfondi di architettura e di paesaggio, rivelatori delle prospettive e dei colori dell'Emilia intorno al 1505.
  • Il rapporto con San Giacomo Maggiore e con la vicina cappella Bentivoglio, da collegare per cogliere il mecenatismo.

Informazioni pratiche

L'oratorio è un luogo di culto e di memoria annesso a San Giacomo Maggiore, nel quartiere universitario di Bologna. L'accesso avviene abitualmente dal portico che costeggia la chiesa; i giorni e gli orari di apertura, così come eventuali condizioni d'ingresso, possono variare e sono da verificare localmente prima di ogni visita. Abbigliamento e contegno rispettosi d'obbligo; le condizioni per fotografare, in particolare senza flash davanti agli affreschi, sono da confermare sul posto.

Quiz

Verso quali anni è stato realizzato il ciclo di affreschi? Intorno al 1505-1506.

Quali tre maestri emiliani sono associati alla decorazione dell'oratorio? Francesco Francia, Lorenzo Costa e Amico Aspertini.

Quale famiglia, signori di Bologna, è legata al mecenatismo del luogo? I Bentivoglio.