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Rinascimento italiano

La Certosa del Galluzzo, un rifugio di silenzio alle porte di Firenze

Florence (Galluzzo)

La Certosa del Galluzzo, un rifugio di silenzio alle porte di Firenze

Arroccata su un'altura che domina la strada per Siena, la Certosa del Galluzzo innalza da quasi sette secoli la sua sagoma di bianca fortezza sopra le colline a sud di Firenze. Nata da un voto che univa devozione e ambizione dinastica, questa grande certosa fonde l'austerità voluta dall'ordine di san Bruno con tesori artistici di primo piano. Vi si giunge oggi per la serenità dei suoi chiostri, per le tombe gotiche della famiglia fondatrice e, soprattutto, per uno straordinario ciclo di affreschi dipinti da uno dei maestri più inquieti e affascinanti del Rinascimento fiorentino, Jacopo Pontormo.

Una certosa sulle colline a sud

La Certosa fu fondata nel 1341 da Niccolò Acciaioli, gran siniscalco del Regno di Napoli e una delle figure politiche più potenti del suo tempo. Membro di una ricca famiglia di banchieri e mercanti fiorentini, l'Acciaioli concepì il monastero al tempo stesso come atto di devozione e come mausoleo di famiglia, destinato a perpetuare il nome della sua casata. Il luogo prescelto, il Monte Acuto, al Galluzzo, affacciato sulla confluenza delle vallate a meridione di Firenze, offriva quell'appartatezza e quell'elevazione che i certosini cercavano per la vita contemplativa.

L'ordine certosino, fondato nell'XI secolo da san Bruno, si distingue per un ideale di eremitismo comunitario: i monaci vivono da solitari, ciascuno nella propria cella, e si riuniscono soltanto per alcuni uffici e per rari momenti di vita comune. L'architettura della Certosa traduce fedelmente questa regola. Il complesso, cinto da mura che gli conferiscono l'aspetto di una piazzaforte, si sviluppa intorno a più corti e chiostri. Vi si trovano la chiesa conventuale, le cappelle, il refettorio, la sala capitolare e le celle individuali dei padri, ciascuna dotata del proprio piccolo giardino recintato, dove il monaco coltivava e meditava lontano dal mondo.

Nel corso dei secoli il complesso si è arricchito e trasformato, sovrapponendo campagne di costruzione e di decorazione, dal gotico originario alle aggiunte del Rinascimento e dell'età barocca. Questa stratificazione spiega la ricchezza e la complessità del monumento, che sfugge a qualsiasi datazione unitaria. Dopo l'abbandono da parte dei certosini, la Certosa fu affidata ad altre comunità religiose; oggi è animata da una comunità monastica (ai certosini sarebbero subentrati i cistercensi, e poi la Comunità di San Leolino — aVerifier), che ne cura la vita spirituale e l'accoglienza dei visitatori.

Gli affreschi della Passione del Pontormo

Il gioiello artistico del luogo è legato a un preciso episodio della storia fiorentina. Intorno al 1523-1525 (aVerifier), fuggendo l'epidemia di peste che flagellava la città, il pittore Jacopo Carucci, detto il Pontormo, trovò rifugio alla Certosa. I monaci gli commissionarono un ciclo di affreschi dedicato alla Passione di Cristo, destinato al chiostro grande. Vi Pontormo dispiegò un linguaggio pittorico spiazzante, in controtendenza rispetto all'equilibrio classico ereditato dalla generazione precedente.

Queste scene — tra le quali l'Orazione nell'orto, il Cristo davanti a Pilato, l'Andata al Calvario, la Deposizione e la Resurrezione — colpiscono per la loro intensità emotiva, per le figure allungate e per i colori strani, acidi e irreali. Gli storici hanno da tempo sottolineato l'influenza delle incisioni di Albrecht Dürer, alle quali Pontormo si ispirò per alcune composizioni, al punto che il suo contemporaneo e biografo deplorò quel debito verso la maniera «tedesca». Lungi dall'essere una debolezza, questa assimilazione alimenta un manierismo espressivo di forza singolare, in cui l'inquietudine spirituale dell'epoca — quella di una città colpita dal contagio e dalle convulsioni politiche — sembra affiorare in ogni figura.

Molto esposti alle intemperie nella loro collocazione originaria, gli affreschi si sono notevolmente deteriorati nel corso dei secoli. Sono stati staccati dalle pareti e trasferiti nel Palazzo degli Studi, l'antica pinacoteca del monastero, dove oggi sono conservati ed esposti al riparo. Il loro stato di conservazione resta fragile, ed è proprio tenendo presente questa usura del tempo che vanno guardati: sono i commoventi resti di un capolavoro, testimoni di un momento in cui Pontormo spinse all'estremo la sua ricerca di una bellezza inquieta.

Chiostri, celle e le tombe degli Acciaioli

Al di là degli affreschi, la Certosa si scopre come un itinerario attraverso spazi di grande armonia. Il chiostro grande, cuore della vita monastica, dispiega i suoi loggiati intorno a un'ampia corte ed è ornato da una serie di medaglioni in terracotta invetriata attribuiti alla bottega dei della Robbia, i celebri scultori fiorentini che fecero della ceramica invetriata un'arte a sé stante. Questi busti di santi, dai bianchi luminosi stagliati su fondi azzurri, scandiscono la passeggiata con una nota di serena vivacità cromatica, tipica del Rinascimento toscano.

Attorno a questo chiostro si aprono le celle dei monaci, piccole case individuali che permettono oggi di comprendere concretamente il modo di vivere certosino: uno spazio per pregare, uno per lavorare, uno per dormire e il giardinetto attiguo. La visita fa scoprire anche la chiesa, la sala capitolare e le cappelle, ricche di pale d'altare e di apparati decorativi accumulati nel corso delle epoche.

La memoria della famiglia fondatrice si incarna nelle tombe gotiche degli Acciaioli, con le loro lastre tombali scolpite. La tradizione riconduce queste opere alla cerchia dei grandi maestri fiorentini del Trecento e del primo Quattrocento — si è fatto il nome tanto dell'ambito di Orcagna quanto di quello di Donatello (aVerifier per l'attribuzione precisa). Questi monumenti ricordano che la Certosa fu pensata sin dall'origine come luogo di sepoltura prestigioso, capace di unire per sempre la pietà monastica e l'orgoglio di un grande nome fiorentino.

Cosa vedere assolutamente

  • Gli affreschi della Passione del Pontormo (1523-1525 ca.), staccati e conservati nel Palazzo degli Studi, vertice del manierismo fiorentino segnato da Dürer.
  • Il chiostro grande e i suoi medaglioni in terracotta invetriata della bottega dei della Robbia.
  • Le tombe e le lastre tombali degli Acciaioli, testimoni della vocazione di mausoleo familiare.
  • Una cella di monaco ricostruita con il suo giardinetto, per cogliere la vita eremitica certosina.
  • La veduta dalle alture del Monte Acuto sulle colline e sulla campagna a sud di Firenze.

Informazioni pratiche

La Certosa si trova al Galluzzo, sulle alture a sud di Firenze, raggiungibile dal centro città. La visita si svolge generalmente nell'ambito di un percorso accompagnato, curato dalla comunità che abita il complesso. Orari, giorni di apertura e modalità di accesso possono variare a seconda della stagione e della vita religiosa del monastero: si raccomanda vivamente di verificare le informazioni aggiornate prima di recarsi sul posto. (Orari e tariffe non riportati qui — da confermare presso il monastero.)

Quiz

  1. Chi fondò la Certosa del Galluzzo nel 1341? Niccolò Acciaioli, gran siniscalco del Regno di Napoli.
  2. Quale pittore vi realizzò un ciclo della Passione rifugiandovisi durante un'epidemia di peste? Il Pontormo (Jacopo Carucci).
  3. Quale artista del Nord influenzò le composizioni di questi affreschi con le sue incisioni? Albrecht Dürer.