La Cappella Ovetari occupa un posto singolare nella storia dell'arte: quello di un capolavoro che quasi non è più possibile vedere. Nel braccio destro del transetto della chiesa degli Eremitani, a Padova, il giovane Andrea Mantegna vi dipinse, appena uscito dall'adolescenza, uno dei cicli più audaci del primo Rinascimento. L'11 marzo 1944 una bomba alleata ridusse gran parte di questo tesoro a una polvere di frammenti. Ciò che segue è dunque insieme scheda di un monumento e racconto di un lutto.
La chiesa degli Eremitani e la Cappella Ovetari
La chiesa degli Eremitani (Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo agli Eremitani), edificata a partire dalla fine del XIII secolo per gli eremitani di sant'Agostino, è un grande vascello gotico padovano, notevole in particolare per la sua vasta navata unica coperta da una struttura lignea a carena di nave. Sorge a pochi passi dalla Cappella degli Scrovegni e dal suo ciclo di Giotto, nello stesso settore settentrionale della città vecchia.
La Cappella Ovetari, dedicata ai santi, si apriva sull'abside, sul lato destro. Deve il nome ad Antonio Ovetari, notaio padovano la cui vedova, Imperatrice Ovetari, finanziò la decorazione ad affresco a partire dal 1448, secondo le disposizioni testamentarie del marito. Occorre dunque distinguere nettamente due strati: da un lato l'edificio gotico medievale, dall'altro la campagna decorativa rinascimentale della metà del XV secolo, che interessava soltanto questa cappella.
Il giovane Mantegna e la commissione
La commissione fu dapprima suddivisa tra più artisti, secondo una prassi corrente: al cantiere furono associati pittori di formazione veneto-padovana, tra cui Niccolò Pizolo, oltre a maestri legati alla bottega dello Squarcione. Andrea Mantegna, nato intorno al 1431 nel territorio di Padova e formatosi nella bottega di Francesco Squarcione, avrebbe avuto allora appena una quindicina o una ventina d'anni.
Con il procedere del cantiere, le defezioni, i decessi — tra cui quello di Pizolo — e i conflitti lasciarono a Mantegna una parte crescente del lavoro. Sarebbe stato così in questa cappella, tra il 1448 e il 1457 circa, che si sarebbe rivelato un talento di stupefacente precocità. Il ciclo sviluppava principalmente le Storie di san Giacomo Maggiore e le Storie di san Cristoforo, distribuite sulle pareti laterali, mentre altre mani intervenivano sulla volta e sull'abside. Padova, città universitaria nutrita di umanesimo e di archeologia antica, offriva al giovane pittore un terreno ideale.
La rivoluzione della prospettiva e dell'antico
Ciò che colpiva in questi affreschi, e che oggi documentano le fotografie antiche, era l'audacia della costruzione spaziale. Mantegna vi avrebbe spinto la prospettiva a un grado inedito, giungendo a collocare alcuni punti di fuga molto in basso per assecondare lo sguardo reale del fedele che leva gli occhi: è il principio del sotto in sù, la visione «dal di sotto». In una scena come San Giacomo condotto al martirio, l'architettura di un arco di trionfo e il suolo sembravano ribaltarsi verso lo spettatore con un rigore quasi vertiginoso.
A questa padronanza geometrica si aggiungeva una passione archeologica. Gli affreschi ricostruivano una Roma antica sognata ma studiata: archi, rilievi, iscrizioni in capitali, armature e costumi all'antica testimoniavano la volontà di restituire l'Antichità con esattezza. Questo connubio di scienza prospettica ed erudizione antiquaria avrebbe fatto della Cappella Ovetari un manifesto del Rinascimento padovano e l'atto di nascita di uno dei più grandi pittori del secolo.
La distruzione del 1944
L'11 marzo 1944, durante un bombardamento aereo alleato diretto contro obiettivi vicini, la chiesa degli Eremitani fu colpita in pieno. Gran parte dell'edificio crollò, e con esso gli affreschi della Cappella Ovetari, polverizzati. La perdita è considerata una delle più gravi inflitte al patrimonio artistico italiano dalla Seconda guerra mondiale: un intero ciclo di mano del giovane Mantegna, ridotto a decine di migliaia di minuti frammenti di intonaco dipinto mescolati alle macerie.
Questa catastrofe spiega un'amara singolarità: gran parte di ciò che si sa di questi affreschi si fonda ormai sulle campagne fotografiche in bianco e nero realizzate prima della guerra, preziose testimonianze di un insieme oggi scomparso.
Ciò che rimane e la ricostituzione
Non tutto, tuttavia, andò perduto. Due complessi scamparono in parte al disastro. Da un lato, la scena del Martirio e trasporto di san Cristoforoera stata, prima della guerra, staccata dal muro (trasposta su un altro supporto), il che la preservò dal crollo. Dall'altro, l'Assunzione della Vergine, dipinta nell'abside, sopravvive anch'essa, benché ferita. Questi due testimoni diretti della mano di Mantegna sono, a oggi, i rari frammenti maggiori conservati in situ.
Di fronte alle macerie non ci si rassegnò. I frammenti caduti furono raccolti e conservati per decenni. A partire dagli anni 2000 fu intrapreso un vasto progetto di restauro e di «ricostituzione»: attraverso una sorta di anastilosi digitale, le migliaia di schegge di intonaco dipinto furono fotografate, digitalizzate e poi riposizionate grazie al confronto con le fotografie antiche. Si sarebbe così potuta ricollocare una parte dei frammenti su ricostituzioni delle scene, restituendo una lettura fantasmatica a composizioni per sempre lacunose. Il risultato, presentato nella cappella restaurata, non rende gli affreschi perduti: ne propone un commovente palinsesto, in cui il poco che rimane dialoga con il vuoto.
Cosa vedere assolutamente
- L'Assunzione della Vergine nell'abside: uno dei rari brani autentici della mano di Mantegna ancora in loco, nonostante le sue ferite.
- Il Martirio e trasporto di san Cristoforo: salvato dal suo distacco dal muro prima della guerra, dà un'idea diretta dell'audacia narrativa e prospettica del ciclo.
- La ricostituzione delle scene mediante il riposizionamento dei frammenti: da osservare come testimonianza sulla perdita non meno che sull'opera, toccante per ciò che mostra e per ciò che lascia in bianco.
- Lo stesso vascello gotico degli Eremitani, con la sua struttura lignea a carena, e la sua vicinanza alla Cappella degli Scrovegni di Giotto, a pochi passi.
Informazioni pratiche
La chiesa degli Eremitani si trova nel centro di Padova, nell'immediata prossimità della Cappella degli Scrovegni e del complesso dei Musei Civici (Musei Civici agli Eremitani). L'accesso alla chiesa è in linea di principio libero, negli orari di apertura al culto e alla visita, ma orari e condizioni possono variare; è prudente verificarli prima di ogni spostamento. La visita si combina naturalmente con quella della Cappella degli Scrovegni, che richiede invece la prenotazione. Informatevi presso l'ufficio del turismo di Padova o presso i Musei Civici per le modalità aggiornate.
Quiz
1. Che fine hanno fatto la maggior parte degli affreschi di Mantegna nella Cappella Ovetari?
- Sono stati venduti a musei stranieri
- Sono stati quasi interamente distrutti da un bombardamento nel 1944
- Sono perfettamente conservati in situ
2. Quale audace procedimento prospettico impiegò in particolare il giovane Mantegna in questo ciclo?
- Lo sfumato- Ilsotto in sù, la visione dal di sotto
- La prospettiva aerea
3. Quale scena fu salvata dalla distruzione perché era stata staccata dal muro prima della guerra?
- L'Assunzione della Vergine
- Il Martirio e trasporto di san Cristoforo
- Il Giudizio universale

