Il Sodoma · v. 1510-1514
Un uomo quasi nudo sta in piedi, le mani legate a un'alta colonna. È il Cristo, nel momento che segue la flagellazione. La scena non mostra i colpi: mostra il dopo, quel tempo sospeso in cui il corpo sfinito resta solo con il proprio dolore. Il primo riflesso dello sguardo non è lo sgomento ma una forma di tenerezza. Il pittore ha voluto che ci si avvicinasse, che ci si soffermasse su quel volto reclinato invece di distogliere gli occhi.
L'autore, Giovanni Antonio Bazzi, è passato ai posteri con il soprannome di Sodoma. Artista di origine lombarda stabilitosi a Siena, è cresciuto nella scia di Leonardo da Vinci, di cui ha incrociato la maniera a Milano. Da questa filiazione viene la dolcezza particolare della sua pittura: passaggi fusi tra l'ombra e la luce, contorni che non tagliano mai, una carne trattata con una delicatezza quasi carezzevole. È lo sfumato leonardesco trasportato a Siena.
Qui, questa maniera produce un effetto singolare. Il corpo del Cristo è sofferente, ma resta bello, idealizzato, senza le piaghe stridenti né la violenza marcata che si trovano altrove. Il dolore passa attraverso la posa spossata, l'inclinazione del capo, la luce che scivola sulla pelle, più che attraverso una messa in scena del sangue. Il Sodoma sceglie l'emozione tenera e patetica invece dello choc brutale.
Davanti a questo pannello si comprende ciò che un pittore venuto dal Nord Italia porta a Siena: un altro modo di rendere visibile la sofferenza, in cui la bellezza del corpo e la pena che esso patisce non si escludono ma si rispondono.
Simbolismo e lettura iconografica
La colonna è uno degli strumenti della Passione: è ad essa che il Cristo fu legato per essere flagellato. Mostrarla sola, con il corpo legato, basta a evocare tutto l'episodio senza rappresentarlo. Il corpo quasi nudo, esposto e indifeso, dice l'abbassamento volontario: colui che si crede re si lascia trattare come l'ultimo degli uomini. La bellezza conservata del corpo può leggersi come un segno: la sofferenza non sfigura, attraversa una figura che resta degna.
Analisi delle emozioni
Ciò che colpisce è la dolcezza nel cuore della crudeltà. Ci si aspetta un'immagine dura, si incontra un'immagine tenera. Il corpo è offerto allo sguardo come si veglia una persona amata che soffre. C'è compassione nel modo stesso di dipingere: la luce accarezza là dove la storia ferisce. Lo spettatore non è tenuto a distanza dall'orrore; è invitato ad avvicinarsi, a condividere in silenzio questo momento di solitudine.
Segreti e misteri
- Il pittore si chiama Giovanni Antonio Bazzi, ma tutti lo conoscono con il suo soprannome, il Sodoma, un nomignolo che avrebbe finito per assumere lui stesso.
- La sua maniera viene da Leonardo da Vinci: il Sodoma fu segnato dall'arte leonardesca a Milano prima di importarla a Siena.
- Il soggetto non mostra la flagellazione mentre avviene, ma l'istante successivo: il corpo resta legato, solo, una volta inferti i colpi.
- Il Sodoma fu un personaggio pittoresco, rivale a Siena e a Roma di artisti come il Perugino e Raffaello.
- La dolcezza del modellato e la fusione delle ombre — lo sfumato — sono la sua firma, controcorrente rispetto a una pittura della Passione più rude e più cruenta.
- La data esatta, le dimensioni e il committente di questo pannello restano da precisare.
Lo sapevi?
Il soprannome del pittore, il Sodoma, ha a lungo incuriosito: Vasari ne fa un personaggio eccentrico e provocatorio, circondato di animali e pronto alla spacconata. Anziché contestare il nomignolo, l'artista sembra averne fatto un emblema, fino a inserirlo all'occasione nella propria firma. Dietro la leggenda del gaudente si nasconde un pittore di eccezionale delicatezza, capace della tenerezza che rivela questo Cristo alla colonna.

