Leonardo da Vinci · vers 1472-1476
Avvicinati a questa tavola da sinistra, come suggerisce il suo formato a lunga fascia orizzontale. La scena si apre su un angelo inginocchiato nell'erba di un giardino, una gamba piegata, l'altra tesa, ancora percorso dal movimento del suo arrivo. Sembra essersi appena posato. A destra, separata da lui da una striscia di prato fiorito e dallo spigolo di un edificio, la Vergine è seduta davanti a un leggio di pietra, un libro aperto sotto la mano. Tra i due, un vuoto: è in questo intervallo silenzioso che si gioca l'intera scena, l'annuncio che attraversa lo spazio senza un rumore.
Fai poi scorrere lo sguardo verso il fondo. Leonardo predispone una profondità che arretra quasi all'infinito: oltre il muro del giardino e una fila di alberi scuri, si apre un paesaggio di colline, un porto con gli alberi delle navi, una linea d'acqua, e montagne che si dissolvono in una foschia azzurrina. È già tutta la scienza leonardesca dell'atmosfera, quel modo di far impallidire e azzurrare le lontananze per suggerire lo spessore dell'aria. Lo sguardo, partito dall'angelo, scivola lungo il prato, urta contro la Vergine, poi fugge oltre la sua spalla verso quell'orizzonte sognante.
Bisogna collocare quest'opera al suo giusto posto: è una pittura giovanile, eseguita quando Leonardo, nato nel 1452, lavorava nella bottega fiorentina di Andrea del Verrocchio, dove si era formato. Vi si avverte un giovane pittore che applica e già oltrepassa le lezioni del maestro: la precisione naturalistica dei dettagli, la cura riservata alle piante, alle ali, alle pieghe, e al tempo stesso un'ambizione atmosferica tutta sua. La tavola proviene dalla chiesa (o dal convento) di San Bartolomeo a Monteoliveto, presso Firenze. La sua committenza precisa non è documentata con certezza, e la stessa attribuzione è stata a lungo discussa prima che il nome di Leonardo si affermasse ampiamente.
Guarda infine la materia: la veste dell'angelo, i panneggi della Vergine, il marmo scolpito del leggio, il tappeto di fiori minuziosamente reso. Ogni zona testimonia un occhio che osserva il mondo da naturalista non meno che da pittore.
Simbolismo e lettura iconografica
Il giglio bianco che Gabriele tiene in mano è l'attributo classico della scena: simbolo della purezza verginale di Maria, designa anche l'annuncio stesso. Il giardino chiuso, cinto da un muro, rimanda all'hortus conclusus, immagine della verginità di Maria tratta dal Cantico dei Cantici, giardino serrato e intatto.
Il gesto di Gabriele — mano alzata, dita in benedizione o in saluto — è il segno visibile della parola che si rivolge a Maria; la Vergine, dal canto suo, abbozza un gesto di riserbo o di misurata accettazione, interrotta nella sua lettura. Il libro aperto evoca la parola, la Scrittura e il raccoglimento di Maria.
Il leggio di pietra davanti alla Vergine è un pezzo di scultura ornata, la cui forma richiama quella di un sarcofago o di una tomba antica riccamente decorata: alcuni vi leggono un'eco funebre, un'allusione discreta al destino di sacrificio che attende il bambino annunciato. Questa lettura resta un'interpretazione e non una certezza documentata.
Analisi delle emozioni
Ciò che colpisce è la calma. Nulla di teatrale: l'angelo non si agita, Maria non indietreggia per lo spavento come in tante Annunciazioni. Tutto avviene in una luce dolce e in un silenzio da giardino, all'ora in cui l'aria stessa sembra sospesa. Si avverte la gravità trattenuta di un istante decisivo, ma trattato con una tenerezza quasi intima, quella di un mattino ordinario in cui però tutto cambia.
Segreti e misteri
- Le ali dell'angelo sarebbero state studiate a partire da ali di uccelli reali: hanno l'aspetto di una resa naturalistica più che convenzionale (si sospettano aggiunte e ritocchi successivi, da verificare).
- Il braccio destro della Vergine, teso verso il leggio, appare anormalmente lungo: anomalia di proporzione spesso rilevata dalla critica.
- Questa e altre anomalie potrebbero essere correzioni ottiche volute, calcolate per una visione obliqua, dalla destra del dipinto — ipotesi dibattuta.
- Il tappeto d'erba è cosparso di fiori resi con precisione botanica, traccia dell'osservazione naturalistica del giovane Leonardo.
- Il paesaggio di fondo mostra un porto dagli alberi sottili e montagne annegate nella foschia: primo grande esercizio di prospettiva aerea (sfumato delle lontananze).
- Il marmo scolpito del leggio si ispira a modelli della bottega del Verrocchio, di cui Leonardo poté vedere le opere di scultura e di oreficeria.
Lo sapevi?
L'attribuzione della tavola ha a lungo oscillato. Giunta agli Uffizi nell'Ottocento da Monteoliveto, fu dapprima ricondotta ad altri nomi della cerchia del Verrocchio (fu avanzato in particolare il Ghirlandaio) prima che la mano del giovane Leonardo finisse per imporsi nella lettura dominante. Questa esitazione dice bene la difficoltà di distinguere, in una bottega fiorentina, la parte del maestro e quella dell'allievo prodigio. (Dettagli di provenienza e di storiografia da confermare.)

