HitsMap

Pittura del Rinascimento

La Trasfigurazione

Città del Vaticano

La Trasfigurazione

Raffaello Sanzio · v. 1516-1520

Immaginate di trovarvi davanti a una tavola immensa, quasi una parete dipinta, dove due mondi si sovrappongono senza toccarsi. In alto tutto è luce e silenzio. In basso tutto è rumore, gesti e confusione. È l'ultima grande opera di Raffaello, quella che lascia incompiuta morendo nel 1520, e che la sua bottega, con Giulio Romano in testa, porta a termine dopo di lui. La guardiamo dunque sapendo che è anche un testamento: il punto più alto di un pittore che non vedrà mai il proprio quadro finito.

La commissione viene dal cardinale Giulio de' Medici, cugino del papa e futuro Clemente VII. Egli destina l'opera alla cattedrale di Narbona, di cui è arcivescovo, e non la commissiona da sola: deve fare da pendant a un'altra grande pala, la Resurrezione di Lazzaro affidata a Sebastiano del Piombo, a sua volta sostenuto da Michelangelo. Dietro questa tavola c'è dunque una rivalità di botteghe, una competizione tra due modi di dipingere il corpo e il sacro. Raffaello sa che si farà il confronto. Mette in campo tutto.

Qui lo sguardo non si posa: sale e scende. In alto, sul monte Tabor, il Cristo trasfigurato si eleva in una luce che sembra emanare da lui stesso, sospeso tra Mosè ed Elia, mentre tre apostoli, gettati a terra, si riparano gli occhi da quel bagliore. In basso una scena tutta diversa: gli altri apostoli, rimasti ai piedi della montagna, non riescono a guarire un giovane indemoniato, il fanciullo che i testi chiamano lunatico. Il contrasto è il soggetto stesso del dipinto: la chiarezza dall'alto, il turbamento dal basso, e tra i due lo spazio vuoto che li separa.

Ciò che Raffaello riesce a fare è tenere insieme, in un'unica cornice, l'inaccessibile e l'umano. Si alzano gli occhi verso il Cristo, poi si ricade verso il fanciullo e verso quella mano che si tende, dal basso verso l'alto — come se l'intera composizione invocasse un soccorso che, per ora, ancora non scende.

Simbolismo e lettura iconografica

La struttura a due registri non è decorativa: contrappone due ordini. In alto la luce celeste, sorgente di sé stessa, in cui il Cristo si eleva senza sforzo tra Mosè (la Legge) ed Elia (i Profeti) — le due figure che, nella tradizione, annunciano e incorniciano il Cristo. In basso la luce terrena, dura e frammentata, quella delle torce dell'agitazione umana. La trasfigurazione dall'alto e l'impotenza dal basso si rispondono: la potenza divina che gli apostoli contemplano è esattamente quella che manca in basso per guarire. I gesti delle mani, innumerevoli, tessono il legame mancante tra i due mondi: si indica il cielo, si indica il fanciullo, si indica il Cristo assente dalla scena inferiore.

Analisi delle emozioni

Si prova dapprima l'abbaglio — il modo in cui la luce del Cristo obbliga gli apostoli in alto a distogliere lo sguardo, palmi levati, corpi riversati. Poi, scendendo, l'inquietudine: i volti tesi, le bocche aperte, il fanciullo dal corpo contorto, gli occhi stravolti. È un dipinto che non lascia in pace. Vi si avverte l'attesa di un soccorso, la febbre di una folla che cerca e non trova, e, in cima, una calma assoluta che sembra venire da un altro tempo. Lo spettatore è preso tra i due, nel punto esatto in cui la grazia non è ancora discesa.

Segreti e misteri

  • Il dipinto rimase incompiuto alla morte di Raffaello nel 1520; è la sua bottega, con Giulio Romano, a portarlo a termine — la parte inferiore è quella in cui interviene di più la bottega.
  • L'opera era una commissione per la cattedrale di Narbona, destinata a fare da pendant alla Resurrezione di Lazzaro di Sebastiano del Piombo: due quadri concepiti come rivali.
  • Alla morte di Raffaello, la Trasfigurazione fu posta al capezzale della sua salma, esposta accanto al suo corpo — il dipinto e il pittore vegliati insieme.
  • Il Cristo non tocca il suolo: fluttua, sospeso nella luce, senza appoggio, e ciò accentua il contrasto con la pesantezza dei corpi del registro inferiore.
  • Mosè ed Elia incorniciano il Cristo trasfigurato; la loro presenza trasforma la scena in un incontro tra l'Antico e il Nuovo.
  • Una figura femminile centrale, in basso, inginocchiata e voltata, fa da perno alla scena terrena e guida lo sguardo verso il fanciullo indemoniato.

Lo sapevi?

Si racconta che il dipinto fu posto al capezzale di Raffaello morto, come un ultimo compagno. L'immagine colpì i contemporanei: il pittore più luminoso del suo tempo vegliato dalla sua opera più luminosa, rimasta incompiuta, come se la mano si fosse fermata proprio nel momento di afferrare il cielo.

Dove vederla

Da vedere anche