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Pittura del Rinascimento

La Tempesta

Venise

La Tempesta

Giorgione · vers 1505-1508

Prendetevi il vostro tempo. La prima cosa che fa questo dipinto è farvi esitare. Cerchiamo la storia, il titolo, la scena — e non arriva nulla. Un giovane sta in piedi a sinistra, appoggiato a un lungo bastone (un'alabarda? un semplice sostegno da pastore? se ne discute ancora); guarda verso destra. Là, una donna nuda, seduta nell'erba, allatta un bambino, e lei guarda proprio voi. In mezzo ai due si apre tutto un paesaggio: un fiume, un ponte di legno, i tetti di una città, e sopra ogni cosa un cielo greve squarciato da un lampo. Il soggetto non è mai stato chiarito. È uno dei grandi misteri della pittura, e tale è rimasto da cinque secoli.

Sono state proposte molte chiavi: Adamo ed Eva cacciati dal paradiso, un riposo durante la fuga in Egitto, un'allegoria dotta il cui codice sarebbe andato perduto. Nessuna combacia del tutto. La menzione più antica che possediamo è quella del collezionista veneziano Marcantonio Michiel, che verso il 1530 vede l'opera in casa di Gabriele Vendramin e la descrive semplicemente come un piccolo paesaggio — «el paesetto» — con la tempesta, la zingara e il soldato. In altre parole: perfino un contemporaneo avveduto, a due passi da Giorgione, non vi legge alcun racconto. Nomina delle figure, non una storia.

È forse proprio da qui che bisogna entrare nel dipinto: non dal «che cosa racconta?» ma dal «che effetto fa?». Giorgione appartiene a quella generazione veneziana che inventa la «poesia» — una pittura che funziona come una poesia più che come un'illustrazione, dove l'atmosfera, la luce, il sentimento prevalgono sul programma narrativo. Qui il vero soggetto è forse la tempesta stessa: quell'istante sospeso prima che la pioggia si scateni, quella luce verde ed elettrica che mette in tensione i personaggi senza che si muovano.

Sulla provenienza e sulla committenza non si sa quasi nulla di certo. L'opera è presso Gabriele Vendramin verso il 1530, il che ne fa con ogni probabilità un dipinto destinato fin dall'origine a un raffinato amatore veneziano, un «camerino» privato dove si assaporavano tra intenditori queste immagini enigmatiche — più che una pala d'altare o una commissione con un programma preciso. Ma se Vendramin l'abbia commissionata o semplicemente acquistata, resta questione aperta (vedi ).

Simbolismo e lettura iconografica

La difficoltà, con La Tempesta, è che ogni elemento sembra carico di senso senza che si possa fissare quale. Le due colonne spezzate, in primo piano a sinistra, sul loro basamento: nel vocabolario dell'epoca, la colonna infranta evoca volentieri la rovina, il tempo, la Fortuna, la fine di una stirpe. Possono anche essere soltanto un vestigio antico eretto per la bellezza del motivo. Il lampo che fende il cielo è stato letto come segno divino, come ira, come puro fenomeno atmosferico. La donna che allatta ha fatto pensare alla Carità, alla Terra nutrice, a Eva. Il giovane a un soldato, a un pastore, a un pellegrino.

La cosa più onesta da dire è questa: il dipinto attiva simboli riconoscibili (colonna spezzata, tempesta, maternità) ma si rifiuta di articolarli in un messaggio unico. È forse voluto. Molti vi vedono meno un rebus da risolvere che una meditazione aperta sulla natura, il tempo e la fragilità umana, dove l'ambiguità fa parte dell'opera.

Analisi delle emozioni

Ciò che colpisce è la calma nella minaccia. La tempesta c'è, il lampo è già guizzato, l'aria è elettrica — eppure nessuno fugge. Il giovane resta appoggiato al suo bastone, quasi disinvolto; la donna continua a nutrire il bambino e volge tranquillamente il capo verso di noi. Questa dissonanza tra il cielo che rimbomba e l'immobilità dei corpi crea una tensione strana, un'attesa sospesa. Si trattiene il respiro insieme a loro.

C'è anche la solitudine. Le due figure si dividono l'immagine ma non comunicano; il paesaggio, il fiume, il ponte le separano tanto quanto le uniscono. Guardiamo due presenze che coesistono senza parlarsi, ciascuna nel proprio angolo della tela, e questo dolce isolamento tinge il dipinto di una malinconia che il verde tempestoso accentua ancora di più.

Segreti e misteri

  • La radiografia ha rivelato la sorpresa più grande: sotto il giovane di sinistra, Giorgione aveva dipinto dapprima una seconda donna nuda, seduta sul bordo dell'acqua, che sembra bagnarsi. Ha cambiato idea in corso d'opera e l'ha coperta con il soldato. La composizione che ammiriamo non è dunque la prima idea — la scena è cambiata completamente durante l'esecuzione.
  • Questa scoperta pesa molto nel dibattito sul significato: se Giorgione ha potuto sostituire una donna con un soldato senza rompere il suo «soggetto», forse è perché non c'era alcun programma narrativo fisso da rispettare — un argomento forte a favore della tesi della pura «poesia».
  • Cercate il lampo: non è una semplice macchia bianca, è uno dei primissimi lampi davvero dipinti nella storia dell'arte occidentale, una sfida tecnica che Giorgione affronta a pittura piena.
  • Le due colonne spezzate passano facilmente inosservate a prima vista, nascoste a sinistra; una volta viste, riorientano la lettura verso l'idea di rovina e di tempo.
  • Guardate il ponte e la città sullo sfondo: Giorgione vi inserisce minuscoli dettagli d'architettura e figure appena abbozzate, tutto un mondo in miniatura tra i due protagonisti.
  • Lo sguardo della donna: a differenza del giovane che guarda verso di lei, lei fissa lo spettatore. Questo contatto diretto, raro e turbante, vi include nella scena invece di lasciarvene a distanza.

Lo sapevi?

La descrizione di Marcantonio Michiel, verso il 1530, è gustosa: questo collezionista veneziano tiene una sorta di taccuino dove annota le opere viste in casa degli amici, e davanti a La Tempesta scrive più o meno «il piccolo paesaggio su tela con la tempesta, la zingara e il soldato». Tre parole per cinque secoli di enigmi. Non vede né Adamo né Eva, né la fuga in Egitto, né allegoria — solo un paesaggio e due figure che nomina nel modo più semplice. Questa testimonianza, la più vicina a Giorgione che possediamo, è insieme preziosa e frustrante: prova che fin dall'origine nessuno «leggeva» una storia in questo dipinto. Il mistero non è venuto col tempo; era lì fin dalla culla.