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Pittura del Rinascimento

La Comunione degli Apostoli («Istituzione dell'Eucaristia»)

Urbino

La Comunione degli Apostoli («Istituzione dell'Eucaristia»)

Giusto di Gand (Joos van Wassenhove) · v. 1473-1474

Prendetevi il tempo di guardare questa grande scena prima di cercarne il senso. Al centro, Cristo non condivide un pasto: sta in piedi e depone lui stesso un'ostia sulla lingua o nella mano di un apostolo inginocchiato. Non è dunque l'Ultima Cena come la si vede di solito, con una tavola e commensali seduti. È una comunione, il gesto stesso che i fedeli ricevono alla messa. Il quadro mostra così l'istituzione dell'Eucaristia sotto forma di un sacramento in atto.

Attorno a questo gesto centrale, gli apostoli attendono il loro turno, inginocchiati, mani giunte o raccolte verso il petto. Il loro raccoglimento struttura lo spazio: la scena si organizza come una fila di comunione. A destra, un gruppo di uomini in abiti contemporanei osserva la scena. Non appartengono al racconto evangelico; sono là come testimoni, come se la corte di Urbino assistesse al mistero.

Guardate la precisione dei volti, delle stoffe, dei riflessi. Questa minuzia viene dal Nord: Giusto di Gand è un pittore fiammingo, formatosi nella tradizione che ama dettagliare la materia, la luce, la grana delle cose. Ma lo spazio, la misura dell'architettura e la disposizione delle figure richiamano l'Italia in cui lavora. Avete sotto gli occhi un incontro tra due modi di dipingere, riuniti alla corte cosmopolita di Federico da Montefeltro.

Questa tavola era una pala d'altare, cioè un quadro destinato a sovrastare un altare. Fu dipinta per la Confraternita del Corpus Domini di Urbino, un'associazione di laici votata al culto dell'Eucaristia. Il soggetto non ha dunque nulla di arbitrario: dice esattamente ciò che quella confraternita onorava, il corpo di Cristo donato nel pane.

Simbolismo e lettura iconografica

L'ostia tenuta da Cristo è il cuore del quadro: concentra lo sguardo e riassume tutto il senso dell'opera, l'Eucaristia come corpo di Cristo offerto. La scelta di rappresentare una comunione piuttosto che un'Ultima Cena-pasto insiste sul sacramento così come i fedeli lo vivono, e non sull'episodio narrativo dell'ultima sera. L'inginocchiarsi degli apostoli traduce visivamente l'atteggiamento di devozione atteso davanti al sacramento. La presenza di testimoni contemporanei, a destra, collega il mistero sacro al tempo presente dei committenti: il miracolo non è relegato al passato, si rinnova a ogni messa.

Analisi delle emozioni

La scena invita al raccoglimento più che all'emozione spettacolare. Vi si prova una gravità calma: i volti sono attenti, i gesti trattenuti, l'atmosfera è quella di un officio più che di un dramma. Per un visitatore, il sentimento dominante può essere quello di assistere a un istante sospeso, in cui l'attesa degli apostoli inginocchiati crea una tensione dolce, rivolta al gesto centrale. Il gruppo di spettatori, in disparte, riserva un posto allo sguardo esterno: ci si può proiettare come testimoni.

Segreti e misteri

  • Questa pala succede a un'opera di Uccello: Paolo Uccello aveva realizzato per la stessa confraternita una predella (la fascia dipinta alla base di una pala d'altare), e la tavola di Giusto di Gand viene a prendere il seguito di questo insieme per il Corpus Domini di Urbino.
  • Il soggetto rompe con l'iconografia consueta dell'Ultima Cena: qui è Cristo stesso a distribuire l'ostia agli apostoli inginocchiati, una «comunione» più che un pasto condiviso.
  • Tra gli spettatori contemporanei raffigurati a destra si riconosce tradizionalmente Federico da Montefeltro, duca di Urbino, presentato come visitatore della scena.
  • Un personaggio in costume orientale, spesso descritto come un ambasciatore, appare anch'esso nel gruppo dei testimoni.
  • Si è proposto di riconoscere un autoritratto del pittore tra le figure presenti.
  • Giusto di Gand è uno dei rari maestri fiamminghi importanti documentati al lavoro in Italia, il che fa di questa tavola una testimonianza preziosa degli scambi tra pittura del Nord e arte italiana.

Lo sapevi?

La corte di Urbino sotto Federico da Montefeltro era un focolaio cosmopolita dove si incrociavano artisti e letterati venuti da orizzonti diversi. Che un pittore fiammingo vi abbia eseguito una pala d'altare per una confraternita locale illustra concretamente questa apertura: la minuzia del Nord posta al servizio di una devozione italiana, in uno stesso quadro.